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crisi di agosto

14 agosto 2011

Due premesse.

Prima. Sono convinta che l’agire politico debba rivolgersi prioritariamente al territorio, ai luoghi che si abitano. Perché è lì che si incontrano le persone in carne e ossa; lì che si vivono quotidianamente i problemi, le disperazioni, le solitudini; lì che si può ricostruire socialità; lì che si mischiano le diversità; lì che si difendono e rendono fruibili i beni comuni; lì che si possono avviare sperimentazioni virtuose che, lontane dall’idea di costruire isole felici, comincino a realizzare, qui e ora, dei cambiamenti. Certo serve mantenere il senso globale delle istanze e delle lotte, ma se manca una pratica politica radicata nel territorio in cui si vive, la politica diventa (quando va bene) puro esercizio teorico, incapace di promuovere alcun cambiamento. Se va male, diventa mestiere, lobby, casta.

Seconda. I mezzi che si usano per raggiungere il fine proposto, danno sostanza e forma al fine stesso. La presa del potere non è condizione essenziale per cambiare e la presa del potere in sé non produce cambiamenti. Eppoi è sempre bene distinguere fra il potere sostantivo “il potere su”, dal potere verbo “potere di”. Prendere il governo, vincere le elezioni –in Europa, in Italia o in Comune- non può essere dunque il fine dell’agire politico. Ma certo il governo è uno strumento utile, oggi io credo persino indispensabile, per dare una possibilità di futuro a tutti noi. E per andare al governo serve costruire alleanze fra forze politiche. Quando Bersani dice a Vendola che senza il PD non si va da nessuna parte, ha ragione. Anche se resta da capire, ancora, da che parte va il PD. Vista la proposta di oggi di Letta (Enrico) di un patto a quattro peri prossimi 20 mesi per dare una prospettiva all’Italia: Bersani, Casini, Alfano e Maroni.

Ora, proprio a partire dalle due premesse, a Gallarate Sinistra Ecologia Libertà fa parte di un’alleanza di governo composita, con cui abbiamo definito un programma cittadino che, con difficoltà imputabili agli enormi buchi di bilancio trovati un po’ ovunque, stiamo provando a rendere concreto. Certo ci sono delle diversità, che sanno però ascoltarsi e confrontarsi per trovare soluzioni condivise. Siamo all’inizio ed è presto per dire se tutto procederà per il meglio, ma i presupposti ci sono. Ovviamente è più facile gestire le diversità amministrando una città: intanto alcune tematiche non sono di competenza locale e quindi le differenti opinioni in materia non diventano ostacolo al lavoro comune (penso alla legge 194 o alla procreazione assistita, alla produzione bellica e alle guerre sparse nel mondo a cui l’Italia attivamente partecipa, alla TAV o al Ponte sullo Stretto di Messina… e tanti altri importanti temi di “stampo” nazionale e/o europeo). Eppoi a livello locale le relazioni politiche producono anche relazioni personali, fiducia e rispetto reciproco: elementi non secondari nell’affrontare diversità di vedute e nel ricercare decisioni condivise.

Il governo locale è quindi altra cosa da un governo nazionale. O meglio, le alleanze che si costruiscono a livello locale, su programmi cittadini, non devono per forza essere lo specchio di alleanze nazionali. Ma se si agisce la politica sul territorio, come da premessa, si può far finta di non sentire quello che i dirigenti dei propri alleati cittadini dicono sul piano nazionale? Si può ignorare Enrico Letta? Si può girare pagina quando si leggono le proposte del Pd sulla manovra del governo (proposte in parte assolutamente condivisibili ma che contemplano la liberalizzazione dei servizi pubblici locali e –cito- “l’implementazione dei recenti accordi tra le parti sociali senza intromissioni che ledano la loro autonomia”, bel giro di parole che a me fa venire in mente Pomigliano)?

Mah domande che vengono al 14 di agosto, se non hai potuto andare al mare e se il governo ti ha appena comunicato che forse la tredicesima non la prenderai, che il contratto nazionale e lo statuto dei lavoratori non esistono più, che c’è la crisi per colpa del 25 aprile.

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