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E’ tempo di cambiare. Documento programmatico di SEL

2 agosto 2012

Le cittadine ed i cittadini, europei ed italiani, sono la più grande risorsa per affrontare e sconfiggere la crisi terribile e di lungo periodo che stiamo vivendo. L’urgenza principale che ci troveremo ad affrontare nei prossimi anni sarà quella di difendere chi ha meno potere e ricchezze di fronte allo strapotere di quelli che stanno ancora guadagnando con la crisi. Diceva don Milani: “Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne insieme è la politica, sortirne da soli è l’avarizia”. Questo è il nostro principale impegno affinché gli uomini e le donne del nostro paese possano essere i protagonisti di una stagione di cambiamento. Un cambiamento che intendiamo costruire insieme alle forze politiche democratiche e progressiste, ma soprattutto con la piena partecipazione di tutte e tutti i cittadini nelle decisioni fondamentali che saremo chiamati ad assumere. In quest’opera di cambiamento i primi protagonisti dovranno essere i giovani che da sempre, ancora oggi nelle primavere arabe, sono il vero motore del cambiamento. Il nostro progetto non sarà retoricamente “per” i giovani ma dovrà essere soprattutto “di” giovani. Quegli stessi che oggi, pur ricchi di talento ed energie, trovano le strade sbarrate e sono sistematicamente esclusi.

Abbiamo visto quali sono state le conseguenze tanto dello strapotere della finanza neoliberista, quanto delle scelte inefficaci di classi dirigenti conservatrici, che non hanno fin qui arginato il potere degli speculatori e di chi si è arricchito grazie alla forza della rendita improduttiva. Le cittadine ed i cittadini italiani ed europei stanno pagando il prezzo di una crisi che non hanno prodotto: cresce la disoccupazione, in particolare femminile e giovanile, cresce in maniera inaudita la povertà. L’analfabetismo economico del dogma dell’Austerity sta distruggendo il Welfare state, ovvero le fondamenta del più importante contributo europeo allo sviluppo dell’umanità. Diminuisce il tenore di vita di quasi tutti e aumentano le disuguaglianze. Nel tentativo di “tranquillizzare i mercati” si è ceduto potere e sovranità ad autorità non elette e distanti dalla vita reale delle persone.

Per noi, che ci candidiamo al governo del paese, è indispensabile che la politica riparta dalle due grandi promesse incompiute contenute nella nostra Costituzione repubblicana: rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano la libertà e l’eguaglianza dei cittadini; ricomporre la frattura tra potere e cittadini, attribuendo pienamente ruolo e funzione alla democrazia. Abbiamo apprezzato complessivamente la proposta avanzata dal segretario del Pd Pierluigi Bersani e proprio per questo, siccome riteniamo che il contributo della sinistra sia indispensabile per centrare l’obiettivo, intendiamo indicare con ancora più chiarezza quali siano i principi a cui una alleanza per il cambiamento non può rinunciare. Cambiare l’Italia si può.

La stagione del cambiamento deve fare tesoro delle straordinarie esperienze democratiche che hanno sconfitto la destra e Berlusconi in campo aperto. L’importanza dei risultati delle elezioni amministrative dell’ultimo biennio e soprattutto il patrimonio inestimabile dei referendum per i beni comuni, sono parte essenziale del risveglio civico e democratico del nostro paese. Dobbiamo partire da qui, dalla democrazia a tutti i livelli, per chiedere ai cittadini di aver fiducia e passione nel progetto che intendiamo presentare. La premessa di ogni discorso pubblico deve essere quella della piena democrazia di genere, riconoscendo pienamente la differente soggettività delle donne e degli uomini, poiché il mondo è costituito da uomini e donne e non è possibile continuare nella rimozione di questa evidente realtà: la cultura e la dignità delle donne sono state offese quotidianamente dal maschilismo e dal sessismo che, ben dentro i confini della scena pubblica e dei luoghi istituzionali, hanno costituito un architrave fondante dell’ordine simbolico del discorso berlusconiano. La questione della soggettività sessuata non è il tema di una qualche compensazione in termini di “quote”, ma la necessità di riscrivere insieme – uomini e donne – i codici delle relazioni e della politica.

Il primo passo deve riguardare la democrazia dei e nei partiti, che devono riformarsi per essere strumento dei cittadini e non luogo opaco di interessi particolari. Abbiamo assistito ad una progressiva degenerazione della fondamentale funzione di rappresentanza dei corpi intermedi, che va contrastata immettendo più partecipazione e democrazia diretta. L’attuazione dell’articolo 49 della Costituzione, con una nuova legge sui partiti, dovrà tener conto delle nuove domande di partecipazione e trasparenza: democrazia diretta nelle scelte, così come si è cominciato a fare con le primarie, per favorire il rinnovamento e premiare le competenze; limiti inderogabili all’esercizio di funzioni di direzione e di rappresentanza istituzionale; trasparenza e accessibilità ai bilanci, in un quadro di netto ridimensionamento dei finanziamenti pubblici e di tetti inderogabili per le spese elettorali. Vanno posti limiti e controlli ai finanziamenti provenienti da privati, in particolare aziende e gruppi imprenditoriali, al fine di contrastare l’eterodirezione della politica da parte delle lobby economiche e anche per favorire il finanziamento diffuso dei cittadini alle attività politiche.

Il secondo passo riguarda la democrazia nei luoghi di lavoro, che può essere ottenuta solo attraverso una legge sulla rappresentanza che consenta l’esercizio effettivo della democrazia per chi lavora. Non possiamo consentire né che si continui con l’arbitrio di una distorta condotta di aziende che discriminano i lavoratori, né che ci sia un monopolio della rappresentanza sindacale senza che essa venga validata dal vincolo effettivo del voto dei lavoratori sui contratti. 

Il terzo è il passo della democrazia dei cittadini e delle cittadine. Dalla riforma per il rafforzamento del referendum abrogativo all’introduzione dei referendum propositivi, possiamo aprire una stagione “ricostituente” dal basso che lavori per un rinnovato patto tra cittadini e politica.

Il quarto passo deve riguardare la democrazia governante. Condividiamo l’impegno di deliberare con la maggioranza qualificata dei gruppi parlamentari congiunti su provvedimenti di particolare rilevanza parlamentare. Nello stesso tempo crediamo che su alcune grandi scelte come la pace e la guerra, o le questioni eticamente sensibili non basta la democrazia parlamentare, cioè il voto comune dei gruppi, ma serve una forma agile ed efficiente di consultazione del popolo di centro sinistra.

Vogliamo partire da qui per innovare e rendere più efficace la futura azione del governo del paese. La storia è andata avanti, mentre i partiti rimanevano fermi e ripiegati su se stessi. La domanda che in molti si pongono è perché non siamo stati capaci di dare parola alla rabbia che è cresciuta contro le vere e proprie azioni criminali degli speculatori finanziari. Perché non siamo stati in grado di proporre che l’Unione europea diventasse effettivamente un’entità politica autorevole, autonoma e federale. Un’Europa capace di parlare con una sola voce tanto nei grandi consessi internazionali, dall’Onu, di cui chiediamo la riforma, ai vertici sui cambiamenti climatici, sul nuovo modello di sviluppo e del commercio, quanto di avere un ruolo effettivo nel ripudio della guerra, per una politica di disarmo e di risoluzione pacifica delle controversie internazionali, a partire da quelle che si affacciano sul Mediterraneo, mettendo al centro degli obiettivi della politica estera la cooperazione internazionale.

Per rispondere a queste domande vanno fatte proposte concrete.

Vogliamo contrastare tutte le mafie, reprimendone sia l’azione criminale che l’immensa forza economica. La presenza dei capitali mafiosi, a maggior ragione in un momento di crisi, è un elemento devastante per ogni prospettiva di rilancio del paese. Vanno sostenute le attività delle procure e degli amministratori locali, ma va soprattutto reciso ogni legame o sospetto di complicità di alcuni rappresentanti politici. L’adozione di un codice etico e il contrasto delle attività criminali mafiose è un’urgenza inderogabile.

Vogliamo proporre una legislazione che contrasti lo strapotere della finanza speculativa a partire dalla tassa sulle transazioni finanziarie, rendendo permanente il divieto di vendita allo scoperto e attaccando vigorosamente i paradisi fiscali.

Vogliamo richiedere una rinegoziazione dei trattati che non stanno salvando né l’euro né il modello di vita dei cittadini europei. In questo contesto vanno date nuove funzioni alla Bce, a partire dalla possibilità di intervenire senza condizioni in caso di attacco alla nostra moneta. La lealtà istituzionale e la necessità di trovare un consenso oltre i nostri confini non può impedirci di indicare quale sia la nostra direzione di marcia. Dobbiamo essere noi i primi protagonisti del cambiamento.

La sinistra combatte senza esitazione gli sprechi e la spesa pubblica improduttiva. Ma è una manipolazione della verità storica considerare la spesa sociale come sinonimo di dissipazione e di spreco. Il Welfare non è stato un cedimento ad un non meglio precisato “buonismo sociale” ma la più rilevante conquista del Novecento. Sappiamo che molto va cambiato nel modo di allocare le risorse e nel peso che ha la politica fiscale. Nel ridefinire priorità e gli strumenti di riforma del welfare va riconosciuto il valore economico e sociale del lavoro di cura svolto dalle donne. Dobbiamo dire con chiarezza da dove si prendono le risorse e dove invece vanno restituite. La politica fiscale deve ritornare ad essere, in linea con la Costituzione, basata sulla “capacità contributiva”. Le tasse sono troppo onerose per chi le paga, sia che sia un lavoratore dipendente che autonomo, ma è incredibile non rilevare che più dell’80% del gettito venga da lavoratori dipendenti e pensionati.

Proponiamo una lotta prioritaria all’evasione fiscale per ridurre l’imposizione fiscale in primo luogo ai lavoratori a basso reddito e proponiamo una tassazione sui grandi patrimoni che sostituisca l’ingiusta tassa sulla prima casa per i cittadini meno abbienti.

La riduzione del debito pubblico deve avvenire senza dogmi rigoristi, poiché sappiamo che dalla crescita della ricchezza possono venire benefici assai più fruttuosi che dalla mera riduzione dello stock del debito. Se cresce la disoccupazione e diminuisce il tenore di vita e il potere d’acquisto dei salari e degli stipendi, l’aumento delle tasse e taglio dei servizi produrrà soltanto effetti recessivi.

Vogliamo investire le risorse recuperate dalla lotta all’evasione fiscale, dal contrasto alla corruzione e dal taglio alle spese militari, in un piano per il lavoro, pubblico e privato, basato sugli investimenti per la messa in sicurezza del nostro territorio e delle città, nella erogazione di un reddito minimo garantito come c’è nel resto d’Europa e il recupero del potere d’acquisto perso dai salari negli ultimi vent’anni.

Ci sono alcuni punti che, simbolicamente e concretamente, possono segnare una svolta rispetto al passato: ridurre da 45 a 4 le tipologie contrattuali oggi previste, che hanno alimentato la spirale della precarietà; restituire ai lavoratori, anche quelli di aziende sotto i 15 dipendenti, la tutela del reintegro sul posto di lavoro a seguito di un licenziamento ingiustificato; differenziare, a seconda dell’effettiva vita lavorativa e dal diverso carico lavorativo che pesa sulle donne per le attività di cura, l’età pensionabile, poiché non possono essere trattati nello stesso modo una infermiera o una puericultrice o un operaio alla catena di montaggio e un professore universitario o un alto funzionario pubblico; introdurre dell’equo compenso per le lavoratrici e i lavoratori autonomi; estendere gli ammortizzatori sociali e i diritti per tutte le forme contrattuali, per un welfare universale, come per esempio nel caso del diritto alla maternità/paternità universale.

Abbiamo bisogno di rafforzare il welfare e la spesa pubblica in settori strategici. La salute, le pensioni, l’assistenza per i non autosufficienti, l’istruzione pubblica, i trasporti pubblici, il diritto ad una giustizia certa e celere, sono diritti inalienabili ma anche fattori di sviluppo essenziali per la tenuta della coesione economica e sociale del paese. La spesa per la formazione e la ricerca va aumentata e riqualificata. Oggi assistiamo ad una ingiusta penalizzazione, in particolare per i giovani che vogliono insegnare o fare ricerca e che spesso sono costretti ad emigrare, che sta impoverendo brutalmente il nostro paese. Non si tratta di “costi” ma di “risorse”.

È necessario ripensare all’intervento pubblico in economia, a partire dal valore strategico delle aziende partecipate come Eni, Enel, Rai, Finmeccanica e quelle relative al trasporto pubblico per affrontare le sfide che la crisi ci propone. Va fatta un’azione che agisca tanto sul versante dell’offerta di nuovi investimenti pubblici, tanto sullo stimolo alla domanda, per esempio nei settori della produzione di energia rinnovabile o nella infrastrutturazione digitale del paese.

Vogliamo la riconversione ecologica dell’economia e della società, che abbia al centro la  sostenibilità ambientale, la piena valorizzazione dei beni comuni, la qualità e l’innovazione. Per noi sono beni comuni, sottratti al dominio del mercato, tanto i beni materiali come l’acqua e la terra, quanto quelli immateriali come la conoscenza e la cultura. Siamo consapevoli di quanto le grandi questioni globali, come i cambiamenti climatici, siano connessi con le scelte quotidiane, a partire da una nuova politica energetica basata sul risparmio energetico e le fonti rinnovabili, riducendo le emissioni e penalizzando chi inquina.

C’è urgente necessità di una nuova politica industriale basata sull’innovazione tecnologica ed ecologica, che possa mettere a valore non solo prodotti da vendere, ma vere e proprie produzionicomplesse: dal “prodotto” mobilità sostenibile alla riconversione delle manifatture inquinanti obelliche, si può costruire un rilancio della produzione industriale in un paese che conserva grandirisorse sul versante manifatturiero.

È necessario dare centralità ad una politica agricola basata su qualità, istintività territoriale e sostenibilità ambientale e sociale. La buona politica si deve occupare di fare scelte che sappiano immaginare il mondo che dovremo lasciare alle future generazioni.

Per noi i diritti non sono un terreno di formule astruse ma un campo in cui far vivere il principio della laicità. Sappiamo che la società è più avanti nella richiesta di nuovi diritti di quanto lo sia spesso la politica. Siamo sempre per il rispetto della libertà di scelta per il fine vita, per la regolamentazione della fecondazione assistita, per la rigorosa applicazione della legge 194. Siamo per i matrimoni omosessuali e per la piena cittadinanza delle unioni civili. Siamo per il diritto di cittadinanza ai migranti nati in Italia, per il riconoscimento del diritto di voto alle amministrative, perl’abolizione della legge Bossi-Fini a partire dal superamento dei CIE. Siamo per il recepimentodelle convenzioni internazionali sull’introduzione del reato di tortura e per una legge che regoli il diritto d’asilo. Siamo per il rispetto della vita umana e quindi vogliamo che la condizione dei detenuti sia rispettosa della Costituzione. Siamo per una politica antiproibizionista a cominciare dalla abrogazione della legge Fini-Giovanardi per un nuovo approccio responsabile e socialmente inclusivo.

Il populismo non si sconfigge per decreto, né tentando di esorcizzarne la forza devastante. Il populismo si contrasta lì dove esso attecchisce, tra il popolo che ha perso fiducia nella politica e nella democrazia. Abbiamo ancora importanti risorse, di idee e di uomini e di donne, ma abbiamo poco tempo. Chiediamo a tutti un contributo e dobbiamo saper trovare le strade affinché ciascuno sia messo nelle condizioni di poterlo dare. È in gioco la sopravvivenza a lungo termine dell’integrazione europea.

Solamente la solidarietà, la riconversione ecologica e sociale della società e la vitalità della democrazia ci faranno uscire dalla crisi.

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