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Burkina e tradizioni da cambiare. Per legge o per scelta?

18 agosto 2016

Alcune importanti premesse:

1. il timore si essere scambiati per ignoranti islamofobici leghisti non deve farci declinare suoi diritti delle donne.

2. Le donne che vestono il burkina non scelgono liberamente di indossare qualcosa di tanto scomodo. Anche quando quell’abbigliamento non è imposto dal marito, dal padre o dal fratello, la donna lo indossa per asservimento a una “cultura” maschilista che da sempre vuole controllare la donna e il suo corpo (e attraverso esso, la sua autodeterminazione).

3. Anche le suore che vestono il velo e tutto il resto certo scelgono di diventare suore, ma nell’abbigliamento che devono portare subiscono una “cultura” maschilista che tratta diversamente uomini e donne di religione cattolica. Con la significativa differenza che in Italia e in Europa lo Stato, almeno formalmente, non si identifica con una religione e quindi diventare suora non è obbligatorio.

4. Anch’io che copro, quando sono in costume, la mia pancetta non scelgo liberamente ma mi adeguo (cavoli!) a una “cultura” che vuole il corpo delle donne controllato ma perfetto. Chi d’altra parte esibisce il proprio corpo faticosamente tenuto perfetto negli anni che passano (con sacrifici e rinunce, interventi chirurgici, ore di palestra, massaggi, cerette…) è l’altra faccia della stessa medaglia. Anche mettere il tacco 12, funzionale a camminare quanto il burkina a prendere il sole, non può definirsi davvero una scelta libera. E che dire delle donne cinesi e giapponesi che “liberamente” e fuori da ogni indottrinamento religioso indossano il facekini, per coprirsi integralmente la faccia e mantenerla pallida? E’ bello notare che su questo i giornali italiani non hanno avuto niente da ridere, descrivendo il passamontagna facekini come un modo intelligente per evitare i danni dall’esposizione al sole.

5. La cultura, tanto più se è tradizione, per fortuna cambia e può evolversi (come può regredire).

6. Gli uomini che parlano in difesa delle “loro” mogli, delle “loro” mamme, delle “loro” donne sono identici ai peggiori fondamentalisti islamici, come loro negano il nostro diritto all’autodeterminazione (già che siamo “loro”) e se potessero metterebbero al rogo le streghe.

Fatte queste premesse, credo che le donne debbano potere indossare il burkina dove e quando vogliono. Permette il riconoscimento di chi lo indossa e quindi problemi di ordine pubblico sono esclusi.

Ammetto che mi da fastidio vederlo. Perché mi ricorda quanto ancora le donne non siano rispettate, quanto ancora non riusciamo a farci rispettare, quanto ancora non riusciamo a liberarci da quel senso di inadeguatezza che ci dà il disubbidire alla “cultura” dominante quando questa riguarda il corpo. Un po’ come mi dà fastidio il mendicante al semaforo: mi ricorda la povertà e le ingiustizie esistenti, la povertà e le ingiustizie che potrebbero colpirmi.

Ma non sarà nascondendo i problemi sotto lo zerbino, che questi si risolveranno.

Non si tratta di evitare il divieto per non alimentare gli attentati, come sostiene il Ministro Alfano. Se seguissimo questa logica, allora dovremmo consentire l’infibulazione.

Secondo me si tratta di riduzione del danno. La riduzione del danno lascia aperta le possibilità di cambiamento, là dove il danno non è definitivo (come per l’infibulazione).

Chi s’inietta eroina nelle vene è bene che trovi una siringa pulita e che non lasci nel giardinetto quella usata. Così non si prende l’AIDS, non lo passa e se riesce a uscire dalla dipendenza avrà la possibilità di farsi una nuova vita. Dicesi riduzione del danno.

E’ bene che i e le giovani in discoteca abbiano acqua gratuita a volontà da bere, visto che l’assunzione di metamfetamina disidrata e se non bevi acqua, l’organismo collassa. Non si eliminano gli effetti di ecstasy e simili, ma si riduce la possibilità di morte. Di nuovo, riduzione del danno. O preferiremmo che morissero in di più, dato che se la sono cercata?

Se impediamo alle donne che seguono tradizionalmente i dettami islamici di uscire col velo o di andare in spiaggia col burkina, cosa accadrebbe? Che quelle donne si libererebbero della fastidiosa muta per indossare felici un costume più appropriato alla funzione di fare il bagno nel mare? Oppure che quelle stesse donne “liberamente” sceglierebbero di non andare in spiaggia (anche in assenza di un padre/marito/fratello che le obbligasse a rimanere a casa, in ossequio a una cultura/tradizione a cui fin da piccole sono state educate)?

Sappiamo bene che sarebbe la seconda ipotesi.

Allora, visto che la giusta e ancora necessaria lotta femminista deve riguardare i diritti delle donne in carne e ossa, non è meglio se quelle donne escono, vanno in spiaggia, chiacchierano, interagiscono, hanno la possibilità di vedere tradizioni diverse, scoprire con noi che le tradizioni cambiano e possono essere cambiate?

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2 commenti leave one →
  1. 18 agosto 2016 20:26

    In un tema che chiaramente coinvolge l’Islam, hai fatto riferimento all’infibulazione. Sappiamo che lo sa, ma – per evitare di ingenerare involontariamente ulteriore disinformazione – meglio specificare: la barbarie dell’infibulazione non ha niente a che vedere con l’Islam. Spero che almeno su questa cosa si possa essere tutti d’accordo.
    Ciao dall’Algeria!!!

  2. 19 agosto 2016 07:35

    Grazie della necessaria precisazione

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