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Università addio per chi è figlio di famiglie povere

31 agosto 2016

“I posti nelle residenze universitarie, per i quali l’Italia è all’ultimo posto in Europa (3% degli studenti coperti), sono rimasto invariati negli anni della crisi. Ma negli stessi anni, dal 2008 al 2014, le domande per questi posti sono salite di circa il 22%, da 52.993 a 64.686. In assenza di stanze disponibili in residenze già costruite, lo Stato può però aiutare gli studenti a pagarsi l’affitto: ma tali contributi, nell’arco di tempo considerato, si sono ridotti dell’80%. Interessavano prima della crisi 10.934 studenti, nel 2014 li hanno presi 2.129.

Nel complesso, la spesa pubblica per gli alloggi universitari, tra ospitalità diretta e contributi, è scesa del 25,2%, da 10.323.082 euro a 7.715.966. Negli stessi anni, si sono ridotte del 15,1% le borse di studio concesse agli studenti: erano circa 146.000, sono scese a 123.732”. (“Come siamo cambiati. Gli italiani e la crisi” di Roberta Carlini – Editori Laterza)

Questi dati aiutano a spiegare perché si stanno drasticamente riducendo gli iscritti all’università. Una riduzione che ha riguardato e riguarda ancora oggi soprattutto i/le giovani provenienti da famiglie dove i genitori non sono laureati e famiglie con difficoltà economiche.

Tant’è che all’ateneo di Milano, l’ISEU medio degli studenti (il reddito familiare su cui si calcolano le tasse universitarie da pagare) è aumentato ed è raddoppiata la percentuale di studenti che hanno la fascia più alta dell’ISEU.

E ciò mentre esplode la retorica del merito e delle competenze come via di sviluppo e ripresa.

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