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Ecco perché il sindaco non potrà comunque mai cancellare il 25 aprile

12 aprile 2018

Ma allora c’è la storia. C’è che noi nella storia siamo dalla parte del riscatto. Loro dall’altra. Da noi, niente va perduto, nessun gesto, nessuno sparo, pur uguale al loro, tutto servirà se non a liberare noi, a liberare i nostri figli, a costruire un’umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi.

L’altra è la parte dei gesti perduti, degli inutili furori, perduti e inutili anche se vincessero, perché non fanno storia, non servono a liberare, ma a ripetere e perpetuare quel furore e quell’odio, finché dopo altri venti o cento o mille anni si tornerebbe così, noi e loro, a combattere con lo stesso odio anonimo negli occhi e pur sempre, forse senza saperlo, noi per redimercene, loro per restarne schiavi. (…)

Io credo che il nostro lavoro politico sia questo, utilizzare anche la nostra miseria umana, utilizzarla contro se stessa, per la nostra redenzione, così come i fascisti utilizzano la miseria per perpetuare la miseria, e l’uomo contro l’uomo.

Il sentiero dei nidi di ragno – Italo Calvino

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25 aprile cancellato dal sindaco che non ama la democrazia

6 aprile 2018

Il sindaco Cassani vuole un 25 aprile dimezzato. Potendo lo cancellerebbe proprio, o almeno cancellerebbe gli antifascisti e i democratici per potere sproloquiare sui treni che arrivavano in orario e su quell’invenzione che sono stati i campi di concentramento.

Camicette bianche: oltre l’8 marzo

25 marzo 2018

“Non erano balle preziose di stoffa quelle che i passanti videro volare dall’Asch Building” (Camicette bianche – Ester Rizzo – Navarra editore)

L’origine della giornata della donna viene talvolta attribuita alla ricorrenza di un incendio scoppiato in una fabbrica a New York, una fabbrica di fatto mai esistita.

Ma di incendi dove morirono donne sfruttate e rinchiuse ce ne sono stati diversi. Fatti tragici che hanno dato avvio a lotte per l’emancipazione e i diritti del genere femminile, lotte che la giornata internazionale della donna dell’8 marzo vuole celebrare e ricordare.

Tra questi tragici eventi, la morte di 129 donne nel rogo della Triangle Shirtwaist Company di New York, il 25 marzo 1911.

Più di 500 operaie entrarono quella mattina, alle 7 in punto, mettendosi davanti alla propria macchina da cucire, per produrre le shirtwaist, le camicie a vita stretta tanto di moda ai quei tempi per garantire a sé un pietoso stipendio e ai padroni della fabbrica milioni di dollari (già allora).

Era sabato e ormai pronte ad uscire, dopo l’usuale controllo delle borsette, mica che portassero via un rocchetto di filo. I padroni che rubavano la loro dignità, la loro fatica e che quel giorno rubarono a molte di loro anche la vita, si preoccupavano che le operaie non portassero a casa del filo per cucire le toppe ai pantaloni dei figli.

Ad un tratto l’odore di fumo e le fiamme: diciotto minuti dopo 146 vittime, di cui 129 donne, molte emigranti italiane e russe.

Dalla strada assistettero ad una pioggia di corpi, di chi cercava di scappare dal fuoco buttandosi dall’ottavo piano.

Harris e Blanck, proprietari della fabbrica, furono accusati di omicidio colposo. Grazie ad abili avvocati e testimoni intimiditi o pagati, non fu possibile dimostrare con certezza che le porte erano chiuse a chiave: si disse che forse le operaie prese dal panico non riuscirono ad aprirle. E comunque, si disse ancora, anche se le porte si fossero aperte le vittime avrebbero incontrato il fuoco sulle scale. E infine non era colpa loro se i capisquadra chiudevano le porte a chiave, loro non sapevano.

Harris e Blanck furono assolti da una giuria composta da soli uomini, che arrivò al verdetto in solo 2 ore.

Dal processo emerse però come erano costrette a lavorare le operaie e la complicità degli ispettori del lavoro. Le ispezioni successive al rogo evidenziarono che il 99% delle fabbriche di New York non erano sicure. Il 14 ottobre 1911 venne istituita la Società americana degli ingegneri per la sicurezza e negli anni successivi vennero approvate leggi che obbligavano ad avere idonee entrate e uscite, estintori, sistemi di allarme.

Malpensa: qualche numero per capire se serve consumare brughiera

27 febbraio 2018

Come evidenziato dagli studi di Jimmy Pasin, che ci ha ben documentato nell’incontro su Malpensa a Gallarate e Somma Lombardo (sono sue le slide sotto, le trovate tutte qui sul suo profilo FB), ancora prima di valutare gli impatti ambientali e sulla nostra salute degli interventi previsti dal master plan e dai progetti di collegamento ferroviario Malpensa/Gallarate, serve valutare se non si può fare altrimenti.

Il “nuovo” master plan si prefigge di raggiungere 32 milioni di passeggeri e poco più di 1 milione di tonnellate di merci trasportate al 2030. Per farlo, SEA ritiene essenziale occupare 90 ettari di brughiera. Dalla sovrapposizione delle ampiezze di altri aeroporti europei con l’attuale estensione di Malpensa si vede che gli altri riescono a gestire un numero di passeggeri e di merci ben superiori con meno suolo cementificato. In particolare l’aeroporto di Heathrow occupando una superficie più piccola, gestisce 75 milioni di passeggeri e 1,5 milioni di tonnellate di merci.

Prima di sprecare altro suolo non edificato, non dovrebbe SEA organizzare meglio le proprie procedure? Se altrove è possibile, perché non si può a Malpensa?

Rispetto al tracciato ferroviario: gli studi della stessa SEA (gruppo CLAS) ammettono che la quantità di passeggeri provenienti dalla Svizzera continuerà a essere minimale. E’ utile allora spendere fra 190 e 220 milioni di euro per trasportare 500 passeggeri al giorno (prendendo per buone le ottimistiche previsioni di SEA)?

Bisogna poi sottolineare che già oggi la linea Rho-Gallarate ha un livello di saturazione dello 0,95 con 210 treni al giorno (di cui 25 merci). Aggiungendo i treni merci che arriveranno con la costruzione dell’Alptransit (fino a 90 treni al giorno), la saturazione della linea sarà superiore a 1, cioè la linea sarà insufficiente per il passaggio dei treni previsti. E quelli dalla Svizzera, per cui si distrugge la brughiera di Casorate, da dove passeranno? Voleranno?

Prima di consumare ancora il nostro territorio, SEA dovrebbe dunque almeno dimostrare che non riesce a raggiungere i propri obiettivi senza buttare altro cemento in brughiera. Una dimostrazione che SEA non  si è presa la briga di verificare: più facile allargarsi che migliorarsi.

Quindi ci sarà da capire se i 32 milioni di passeggeri e 1 milione di tonnellate di merci sono compatibili con la presenza delle nostre città e delle nostre vite. L’inquinamento dell’aria e del rumore è destinato ad aumentare, con un effetto moltiplicativo degli altri inquinamenti. La volontà di fare una semplice VIA (uno studio degli impatti sulle opere singole) e non una VAS (che invece studierebbe complessivamente le opere previste nell’area di Malpensa)  impedisce di fatto di avere un quadro veritiero.

SEA ci dirà di come grazie alle nuove tecnologie l’inquinamento prodotto dagli aerei sarà sempre meno (che è vero singolarmente, ma aumentandone il numero, non sentiremo benefici). Ma l’inquinamento non riguarda solo gli aerei. Con l’incremento previsto, il numero dei veicoli per il trasporto merci (semirimorchi, autocarri, furgoni) passerà da 544 a 1254. Al giorno. Non diverso per i passeggeri, i cui veicoli passeranno da 49.335 a 73.883. Sempre al giorno.

E come le ferrovie, anche le strade già oggi  trafficatissime, non ce la faranno a reggere il nuovo traffico.

A8 e Sempione superano il livello massimo di saturazione.

O faranno una sopraelevata. Oppure si starà in coda. Fermi. Con i gas di scarico ad allegrare la nostra salute.

Malpensa fuori rotta

20 febbraio 2018

In questi anni ho/abbiamo lottato tanto per la difesa della brughiera, perché Malpensa rispettasse il diritto all’ambiente e al lavoro. Abbiamo anche ottenuto importanti vittorie. Ma la brughiera e la nostra salute sono ancora in pericolo, anche se nessuno parla dell’aeroporto in questa campagna elettorale.

Con Jimmy Pasin, architetto da anni impegnato sul fronte e Mariaceleste Brambilla del comitato SalviAMO la brughiera che si oppone al tracciato ferroviario Gallarate/Malpensa, proviamo a parlarne venerdì 23 febbraio

Il tema di Malpensa è scomparso dalla campagna elettorale, benché influisca in modo significativo sul nostro territorio in termini ambientali e lavorativi e benché le scelte delle istituzioni nazionali e regionali siano di fondamentale importanza.

Liberi e Uguali intende riportare la centro del dibattito elettorale la questione: lo faremo con un’iniziativa pubblica venerdì 23 febbraio presso la sala Impero di Gallarate alle ore 21.00. Lo faremo con la candidata al consiglio regionale Camilla Colombo, la candidata alla camera per il collegio di Gallarate Cinzia Colombo, con Jimmy Pasin architetto da sempre impegnato sul tema Malpensa e Mariaceleste Brambilla, portavoce del Comitato SalviAmo la brughiera, che si oppone all’inutile tracciato ferroviario che attraverserà la brughiera di Casorate Sempione (e che riguarda anche il quartiere dei Rochi di Gallarate).

Pur riconoscendo che l’attuale Master Plan è meno invasivo del precedente, è evidente che restano tante criticità che SEA ha volutamente ignorato e che mettono in pericolo la brughiera. In primis la realizzazione di nuove strutture della Cargo City fuori dall’attuale sedime aeroportuale, con SEA che al momento vuole occupare parte della brughiera rimasta, rifiutandosi di costruire nelle aree già cementificate e rimaste abbandonate, come i capannoni vuoti proprio di fronte alla zona della Cargo City.

Ma anche le opere di collegamento contribuiranno a distruggere importanti aree verdi, con dispendio di risorse pubbliche a fronte di un intervento neppure utile.

Tutto ciò mentre il lavoro a Malpensa si fa sempre più precario e dequalificato, con orari di lavoro che impediscono di vivere dignitosamente.

Per anni ci hanno chiesto di scambiare il diritto al lavoro con il diritto alla salute. Alla fine non è rimasto né l’uno né l’altro. Liberi e Uguali pretende che si cominci a rispettarli entrambi.

ospedale unico: le ragioni della nostra opposizione

17 febbraio 2018

Come candidati e candidate alle elezioni regionali e politiche di Liberi e Uguali dei collegi della ASST Valle Olona, ci impegniamo a sostenere il mantenimento dei due ospedali esistenti di Gallarate e Busto Arsizio, le cui riqualificazioni devono proseguire per assicurare le migliori cure ai pazienti.

Le ragioni della nostra opposizione all’ospedale unico sono molteplici.

Innanzitutto la scelta di costituire l’ospedale unico, in sostituzione dei 2 presidi esistenti, non è frutto di un’indagine sui bisogni sanitari della popolazione. Si è scelto semplicemente dove fare la nuova costruzione: l’ultima area verde fra Gallarate e Busto Arsizio.

La realizzazione dell’ospedale unico comporterà la perdita di posti letto e allungamento delle liste di attesa. Benché la Regione, coi sindaci di Gallarate e Busto Arsizio, abbiano dichiarato che verranno mantenuti gli 872 posti letto, oggi esistenti nei 2 ospedali, la dettagliata relazione urbanistica del Comitato per il diritto alla salute del Varesotto ha evidenziato come il terreno a disposizione sia insufficiente, a meno di realizzare un conglomerato di alte torri ben superiori agli standard abitativi del vicino abitato, con conseguente crescita esponenziale dei costi.

L’ospedale unico sarà dunque una struttura più piccola, che farà risparmiare soldi alla Regione, ma che sarà incapace di rispondere in modo adeguato ai bisogni sanitari della popolazione. I numerosi e dispendiosi investimenti nell’edilizia sanitaria che Regione Lombardia ha fatto negli ultimi anni (Legnano, Garbagnate, Como, Cuggiono, Abbiategrasso, Monza per restare alle realtà a noi più vicine) non hanno infatti risolto i problemi delle lunghe liste di attesa e della carenza di strutture per la riabilitazione.

Noi siamo invece convinti che serva procedere, sulla base di un’indagine epidemiologica e delle conoscenze degli operatori sanitari, a riorganizzare le specializzazioni negli spazi attuali, mantenendo ad ogni modo la presenza dei 2 pronto soccorso, che vanno rafforzati e non certo indeboliti. Allo stesso modo si dovranno mantenere e rafforzare i servizi territoriali, che la Regione sta progressivamente chiudendo. Come si dovrà porre attenzione all’ospedale di Saronno, oggi abbandonato e marginalizzato.

Le risorse per gli investimenti dovranno essere aggiuntive alle ordinarie spese correnti, che già sono insufficienti per garantire delle cure dignitose ai malati.

A livello regionale e nazionale si dovrà incrementare la spesa sanitaria per riallinearci progressivamente alla media dei paesi dell’Europa occidentale. La continua diminuzione della spesa per la salute (nel 2019 si prevede di destinare il 6,5% del PIL – percentuale che l’Organizzazione Mondiale della Sanità indica come limite oltre il quale inizia a calare l’aspettativa di vita) sta progressivamente cancellando il diritto alla salute, tanto che solo chi può permetterselo acquista le prestazioni e i farmaci necessari: sono stati 11 milioni gli italiani che nel 2016 hanno dovuto rinunciare a curarsi per motivi economici, 2 milioni in più rispetto al 2012 (dati Censis).

Infine ci impegniamo perché le scelte sugli ospedali siano fatte coinvolgendo i cittadini e le cittadine, gli operatori sanitari, tutte le amministrazioni la cui popolazione è coinvolta, convinti che la partecipazione sia un elemento irrinunciabile del buon governo.

Ilaria Angelone, Camilla Colombo, Salvatore Vita – candidati al consiglio regionale
Cinzia Colombo – candidata alla Camera collegio di Gallarate
Federico Simonelli – candidato alla Camera collegio di Busto Arsizio
Claudio Mezzanzanica – candidato al Senato collegio Gallarate/Varese
Giuseppe Nigro – candidato al Senato collegio Busto/Como

La lotta contro le discriminazione è una lotta per la democrazia

15 febbraio 2018
Ho aderito alla piattaforma di Arcigay, sentendomi impegnata ogni giorno, dentro e fuori dalle istituzioni, a difendere e pretendere il rispetto dei diritti umani, dei diritti civili e sociali, del diritto all’autodeterminazione delle donne.
Sono convinta che la lotta contro ogni discriminazione e per l’uguaglianza nei diritti, a prescindere dall’orientamento sessuale, dal colore della pelle, dalla religione professata o non professata, sia un elemento di civiltà e di democrazia irrinunciabile, sia una lotta che ci riguarda tutti e tutte.
Una democrazia che non riconosce i diritti ad alcune persone, non è una democrazia imperfetta: una democrazia che non riconosce i diritti ad alcune persone, semplicemente non è una democrazia.
A Gallarate serve dirlo con ancora più forza con un sindaco che non concede il patrocinio al pride di Arcigay Varese e rifiuta di celebrare le unioni civili.